intervista a Silvia Cosimini

Cari viaggialettori, l’intervista a Silvia Cosimini era qualcosa che ho sentito di voler proporre per questo blog fin dal mio primo incontro con i romanzi islandesi pubblicati da Iperborea. La mia curiosità e le domande da farle sono aumentate dopo il mio viaggio in Islanda. Viaggialettori, con grande gioia vi presento Silvia Cosimini! 

Traduttrice, critica letteraria e insegnante, Silvia Cosimini è colei che ci ha donato la versione italiana di alcuni dei romanzi che più ho amato e che sono firmati da Jón Kalman Stefánsson, come I pesci non hanno gambe e Paradiso e inferno.
Ecco qui, ho avuto il piacere e l’onore di intervistare questa incredibile studiosa, che è stata gentilissima nel dedicarmi tempo e parole (tutte bellissime).
Se volete conoscerla meglio non vi resta che leggere l’intervista a Silvia Cosimini qui di seguito.

Intervista a Silvia Cosimini

Da dove nasce la tua passione per l’Islanda?

Ho conosciuto la letteratura islandese (quella antica, però) all’università, durante un corso di Filologia Germanica, ormai ben trent’anni orsono. Mi sono appassionata alle saghe e a una produzione letteraria che non conoscevo affatto e che mi sembrò straordinaria, per contenuti e stile. Da lì è stato un percorso seguìto un po’ per caso e un po’ per istinto, non studiato a tavolino: volevo fare la filologa e sono andata in Islanda per approfondire il norreno, poi mi sono accorta che avrei dovuto studiare l’islandese moderno; ho letto tanti autori contemporanei e ho cominciato a proporli in Italia, mentre abbandonavo l’idea del dottorato e decidevo di perfezionare il mestiere della traduzione, finché non è venuto il momento di mollare il lavoro fisso e dedicarmi solo a tradurre. Non so se posso definire “passione” il mio rapporto di convivenza con un paese che almeno all’epoca – parlo di più di venticinque anni fa – non era affatto facile. Diciamo che è un rapporto di coppia profondo, tra due che conoscono bene pregi e difetti di entrambi.

C’è un romanzo che più di tutti hai amato tradurre? Se sì qual è e perché?

Uh, come chiedere quale figlio si ama di più… un tempo gli islandesi non avevano nessuna difficoltà ad ammettere di avere un figlio preferito, ma io sì, e se proprio devo segnalarne uno allora direi la Laxdæla saga, probabilmente perché in effetti il mio primo approccio con l’islandese è avvenuto per il tramite di una saga e le mie prime riflessioni sulla traduzione sono germogliate su questo tipo di linguaggio. Le saghe, almeno quelle più riuscite, sono testi straordinari – lunghi e prolissi eppure essenziali, laconici e incisivi, dove con l’ellissi si dice più che in tanti scambi più espliciti. Cercare di mantenere un equilibrio tra il detto e il non detto anche in italiano è una sfida estremamente stimolante. E così non ho fatto un torto a nessuno!

intervista a Silvia Cosimini

Hai vissuto e studiato in Islanda per diversi anni. C’è un posto, in quella terra così estrema e sorprendente, in cui faresti sempre ritorno? Perché?

I Fiordi Occidentali, di sicuro. Per le microscopiche comunità costiere con monti drammatici alle spalle, la brughiera spazzata dal vento, le stradine tortuose che sembrano non portare mai alla meta, i fiordi verdeazzurri e la sabbia rossa che a volte ti fanno dimenticare dove ti trovi, le volpi artiche… devo continuare? Questa zona di solito tagliata fuori dagli itinerari del turismo classico è capace di proiettarti nei ritmi, nelle modalità arcaiche di un’Islanda che non esiste quasi più. Mi pregusto già un periodo di lavoro intensivo a Ísafjörður nel prossimo futuro… Speriamo.

Qual è la tua parola o espressione preferita in islandese e perché?

Ce ne sono molte, a partire da quelle intraducibili, soprattutto nella sfera emotiva: söknuður (sost. masch.), il senso di perdita e di lutto di chi patisce la mancanza di qualcuno; tilhlökkun (sost. fem.), “attesa spasmodica, aspettativa”, ovvero il sostantivo per “non vedere l’ora di…”. Stupendo anche frekjuskarð (sost. neut.), lo spazio che alcuni hanno tra gli incisivi superiori e che letteralmente si traduce con ‘tacca sfrontata’. O ætli það ekki, una frase per me ancora grammaticalmente criptica, rendibile più o meno con “suppongo di sì”, “penso di sì”, nonostante contenga la negazione (ekki).

Che rapporto si crea con gli autori delle opere che traduci?

Bellissimo, quasi sempre. Gli islandesi sono solitamente molto grati ai traduttori, ovvero a chi si prende la briga di studiare la loro lingua e di comunicare al resto del mondo una cultura altrimenti inaccessibile, quindi sanno farti sentire fondamentale per il loro successo all’estero, e questa è sempre una cosa molto gratificante. Con ogni autore cerco sempre di costruire un rapporto personale, che vada al di là del rispondere a eventuali mie domande e a chiarire punti oscuri del testo che sto traducendo. Nella mia cricca di amici islandesi figurano diversi scrittori e ho tanti ricordi splendidi, dalle grigliate a casa di Hallgrímur Helgason alle gite fuori porta con Thor Viljhálmsson, alle serate a salame e grana padano da me a Reykjavík. Ed è sempre una festa quando un autore islandese viene in Italia per un festival letterario o un incontro in libreria.

Grazie di cuore, Silvia, per aver risposto con tanta passione e precisione alle mie domande. Averti qui su Follow The Books è davvero un piacere.

Se vi è piaciuto leggere l’intervista a Silvia Cosimini allora vi consiglio di proseguire con I pesci non hanno gambe, recensione. 

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